Good life, eh?

Una vita dall’altra parte della barriera di separazione

Omar Hajajleh abita con la sua famiglia – una moglie e tre figli – nel comune di Al Walaja.
Partendo da Betlemme, ci dirigiamo in auto verso casa sua passando dalla bellissima valle di Cremisan. Prendiamo questa strada non per ammirare le bellezze della valle, né per comodità. Nessuna delle due opzioni. Prendiamo questa strada perché, sebbene vi siano due vie di accesso, questa è l’unica che ci permette di accedere alla casa di Omar, senza dover richiedere un permesso di visita – con anticipo di 48 ore – alle autorità israeliane.

Che vita è? Questo il primo pensiero che mi viene in mente. Che razza di vita è?

Fermiamo l’automobile qualche metro prima di raggiungere casa Hajajleh: uno sbarramento chiude la strada ai veicoli. Scendiamo, muovendoci a piedi per aggirare l’ostacolo. Alla nostra sinistra si innalza l’imponente barriera di separazione. Se nel tragitto ero un po’ confuso, ora ho capito dove mi trovo: sono dall’altra parte, la parte israeliana, la parte dove si trova la casa di Omar.

A. 2019

Secondo il diritto internazionale, questo territorio è ancora costituito da terre palestinesi, poiché situate al di là della Linea verde, riconosciuta internazionalmente come il confine fra lo Stato di Israele e il futuro Stato di Palestina. Quindi, queste terre sono illegalmente annesse dalle autorità israeliana, nonostante si tratti de jure ancora di territori palestinesi.

Guardandomi attorno vedo Gerusalemme in lontananza, vedo Gilo e altre colonie israeliane. Oltre la barriera invece vedo il villaggio palestinese di Al Walaja, il comune di Omar, di sua moglie e dei suoi figli.

Mi chiedo dove vivano i suoi amici, i suoi famigliari, quelli di sua moglie e dei suoi figli. Come raggiungerli?

Un’altra strada, rispetto a quella da noi utilizzata, permette di collegare casa Hajajleh col comune di Al Walaja, superando la barriera di separazione. Ciò è possibile grazie a un tunnel con un cancello all’entrata. Sei telecamere controllano ogni movimento all’interno della galleria. Ogni accesso da questa via deve essere, come menzionato in precedenza, annunciato 48 ore prima alle autorità israeliane. Che vita è? Che razza di vita è?

Ci approcciamo alla casa Hajajleh e veniamo accolti da Omar. Ci accomodiamo sulla terrazza della famiglia Hajajleh, dalla quale vediamo tutta la valle di Cremisan.

A. 2019

Dopo il cordiale ahlan wa sahlan, Omar comincia a raccontarci la storia della sua famiglia: “Mio nonno venne qui ma voleva tornare, le autorità israeliane non lo lasciarono. Venne su questa montagna e costruì questa piccola casa. Mio padre restò qui e noi… restiamo”.

Quando Omar parla di suo nonno, dell’atteso ritorno, fa riferimento alla Nakba – l’esodo palestinese del 1948 che ha avuto luogo durante la nascita dello Stato d’Israele. In questo periodo tutti i 1600 abitanti di Al Walaja dovettero abbandonare il vecchio villaggio di Al Walaja. Alcuni di loro lasciarono definitivamente il comune e trovarono un posto nei campi rifugiati di Dheisheh a Betlemme o Shu’fat a Gerusalemme. Altri lasciarono definitivamente la Palestina storica per emigrare verso il Libano o la Giordania. Gli ultimi cento abitanti si stabilirono sulla collina di fronte (dove oggigiorno si trova il villaggio di Al Walaja), al di là della Linea Verde, nella West Bank, a quel tempo occupata dal governo giordano.

Nel 1948, 70% delle terre appartenenti al comune di Al Walaja vengono perse. Nel 1967, in seguito alla guerra dei sei giorni, metà dei terreni di Al Walaja vennero annessi dal governo israeliano alla municipalità di Gerusalemme. Nel 1970, altri 123 dunum (123’000 km2) furono confiscati, al fine di poter costruire Gilo e Har Gilo, due colonie israeliane – considerati illegali dalla comunità internazionale, poiché contrari al diritto internazionale [1].

Oggigiorno, il comune ha una superficie di 4’400 dunum (4’400’000 Km2). La metà di questi chilometri quadrati sono annessi alla municipalità di Gerusalemme, la restante maggioranza è situata in Area C – sotto controllo totale israeliano – e soltanto un piccolo quartiere è stato definito Area B – sotto controllo misto [3].

Che vita è? L’impressione è che ogni generazione debba vivere una nuova ingiustizia. Che razza di vita è? Queste ingiustizie non si fermano, continuano, anzi si ampliano.A tal proposito Omar è molto chiaro: “Te lo dico, la più grande Nakba per i palestinesi è il muro. Questa è la grande Nakba, perché il muro prende la terra senza dirtelo chiaramente”.

Nell’anno 2002, le autorità iniziarono la costruzione della barriera di separazione. Essa è a tratti un grigio muro in cemento, a tratti un alto recinto in ferro. Ad Al Walaja, come nel 85% del suo percorso, la barriera di separazione si trova totalmente all’interno della Linea Verde – in territorio palestinese – e per questo è stata considerata illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia [2].

L’anno 2010 è il momento in cui la zona vicino alla casa di Omar viene toccata dalla costruzione del muro. Per le autorità israeliane la barriera di separazione passerà lì e diventerà un’imponente ramina di 3 metri di altezza.

Che razza di vita è? Da quella decisione, quella della famiglia Hajajleh sarà una vita dall’altra parte della barriera di separazione, l’unica casa dall’altra parte.

Per Omar, il verdetto che gli è stato imposto è chiaro: “Le autorità israeliane non vogliono né me né la mia casa in questo posto, perché questa è l’unica casa di Al-Walaja dall’altra parte del muro”, e aggiunge “Sono venuti qui e han parlato con me. Mi han dato quattro opzioni: potevo vendere la casa e la terra, scambiarla, affittarla o collaborare con loro ad un progetto su questa proprietà… Ho risposto che non volevo nulla di tutto ciò. Voglio la mia casa, costruita sulla mia terra”.

Una petizione rivolta all’Alta Corte di Giustizia ha costretto le autorità israeliane a garantire un collegamento fra la famiglia Hajajleh e il loro comune. A Omar viene imposta la decisione di costruire un tunnel sotto la barriera di separazione, dal costo complessivo di quattro milioni di shekels (1.1 milioni di dollari) [4].

Ingenuamente si potrebbe pensare che con ciò il problema si risolva e che nella vita di Omar vi sia finalmente pace. Eppure il tunnel sottostà a delle regole, scelte e dettate da chi domina le vite palestinesi: le autorità israeliane. Una porta in metallo è posizionata all’entrata del tunnel, con un solo telecomando dato alla famiglia per poter accedere alla loro casa. Oltre a dover annunciare ogni visita con anticipo, viene imposto un limite massimo di dieci persone a visita. Nessun visitatore può soffermarsi oltre le dieci di sera. Che vita è?

Tutte queste misure negano una vita ordinaria alla famiglia Hajajleh, rendendo il loro presente e il loro futuro costantemente imprevedibile e intimidatorio. “Il futuro non lo conosco” dice Omar, e aggiunge: “È nero, per me e la mia famiglia. Non sai come sarà, non lo puoi prevedere, perché non sai quali problemi avrai domani. Vai a dormire la notte non sapendo quale sarà il problema di domani”. Che razza di vita è?

A. 2019

Durante il mese di maggio, il cancello è stato chiuso con un lucchetto dalle autorità israeliane per più di una settimana. Chiuso significa che Omar, per poter raggiungere il suo comune è stato costretto a chiamare una terza persona, la quale doveva raggiungere la casa dalla lunga strada che attraversa la valle di Cremisan. Questa persona doveva poi riaccompagnarlo per un tragitto di 20 minuti in automobile, in avanti e poi indietro. Per di più il cancello chiuso comporta rare visite, se non nulle, nessuna relazione con altre persone, per lui, sua moglie e i 3 figli. La decisione unilaterale e imprevedibile delle autorità israeliane ha comportato l’estraniamento totale della famiglia dalle necessità quotidiane.

Il quotidiano Haaretz afferma che tale misura è stata presa dalla Polizia di frontiera, in seguito ad un atto di vandalismo ai danni del tunnel. L’atto in questione è stata l’istallazione di un campanello, che consentiva di suonare dal cancello di fronte al tunnel perché qualcuno venisse ad aprire [5].

Per rompere quest’isolamento, domenica 26 maggio, un Iftar è stato organizzato di fronte al tunnel. Questa cena di fine digiuno durante Ramadan, costituisce una risposta, collettiva e solidale, alla punizione inflitta dalle autorità israeliane. Il messaggio è chiaro, la famiglia Hajajleh sarà anche isolata, ma non è sola.

La nostra visita si conclude di fronte al tunnel. Nei giorni successivi la cena di fine digiuno, il cancello è stato riaperto dalle autorità israeliane. Omar guardando il cancello afferma: “È una prigione. È un cancello per una prigione, non un cancello per entrare in una casa”. Che vita è? Me lo chiedo seriamente, e poiché non ho risposte me lo ripeto ancora una volta. Che razza di vita è? Omar mi guarda e col sorriso di chi le ha viste tutte e non si è ancora arreso mi dice: “Good life eh?”.

A. 2019


A., Bethlehem, 2019

[1] https://www.un.org/webcast/pdfs/SRES2334-2016.pdf

[2] https://www.icj-cij.org/files/case-related/131/1605.pdf

[3] https://www.unrwa.org/sites/default/files/2010070915338.pdf

http://poica.org/wp-content/uploads/2018/02/alwalajah.pdf

[4] https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-living-in-a-prison-though-i-have-the-key-1.5629025

[5] https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-border-police-lock-palestinian-family-out-of-their-home-then-out-of-their-village-1.7286880

VIDEO REALIZZATO DA SASHA EA (FINLANDIA)

https://drive.google.com/open?id=1WaV2I9sPOUfWLT4nMtjfu7upt9tSr3yh

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s